Non e' certo un film facile, ne' gradevole.Pero' "Lat den ratte komma in"(in italiano "Lasciami entrare") dello svedese Tomas Alfredson (2009) quantomeno colpisce e lascia un segno nello sterminato panorama di pellicole, libri, fumetti, giochi, ecc...dedicati alla figura del vampiro, divisi per lo piu' in tre filoni; quello classico o "transilvanico", quello neo-romantico alla "Buffy" o "Twilight" e quello "ammazzasette" alla "Blade" o "Underworld". Qui invece e' tutto piu' realistico, addirittura brutale. La piccola Eli(dodicenne "da un sacco di tempo")e' priva sia del fascino barocco di Claudia, lolita -succhiasangue di "Intervista col vampiro", sia del maledettismo sexy di un trucco sfatto ad arte o di fianchi inguainati nell'ecopelle nera. Eli non e' ribelle , ma scellerata;una creatura sporca e sgradevole che si nutre di esseri umani senza alcun pudore, priva del filtro sensuale che di solito viene attribuito al morso del vampiro. Lo fa sotto il cielo indifferente di un paesaggio bianco; bianca la neve, bianchi gli alberi radi, bianchi gli animali. Bianca l'apatia degli abitanti, assiepati nell'unico bar a tirar tardi fra rimbotti e malcelati rancori. Bianca la cattiveria dei bulletti che perseguitano Oskar, ragazzino timido ed introverso, ma non meno crudele nelle sue rabbie represse che sfoga contro un povero albero nella solitudine bianca del cortile di casa, dove una struttura ludica svetta simile all'allestimento di un teatro d'avanguardia. Sulla cima, Eli, appollaiata come una strana civetta, che vuole restare sola. Anche Oskar vuole restare soloe paradossalmente questo stabilisce un legame fatto di gesti, silenzi e parole;forse non troppe ma le piu' appropriate, come quando Oskar si limita a chiedere:"Sei un vampiro?" e lascia entrare Eli. Cosi' la nota leggenda secondo cui il vampiro potrebbe entrare in un edificio solo se invitato diviene una stupenda metafora dell'Amicizia, che, in barba a qualsiasi pianificazione, consiste in fondo nel lasciare entrare chi preme alla nostra porta, anche se temiamo possa succhiare qualche goccia del nostro tempo e magari non ha il bel faccino del vampiro vegetariano Robert Pattinson, bensi' la stralunata malinconia di un Nosferatu. E non penso di accostare indebitamente questo film al capolavoro di Mornau, nonostante la fuga finale (in treno!) dei due non convinca e troppe scene siano autentici(a volte evitabili) pugni nello stomaco, perche' riesce comunque a "staccare" nei confronti di un genere ormai inflazionato dai molti cloni, colpevoli inoltre, a mio parere,di trasformare troppo spesso la figura(assassina!)del vampiro in antieroe "figo", trascurando invece le molteplici riflessioni che essa, in quanto "mostro", puo' comunque veicolare a livello simbolico.
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