Di tutto un po'......

giovedì 30 dicembre 2010

LOST, o dell'atarassia

Quest'anno si finalmente conclusa l'avventura di LOST, la serie televisiva piu' discussa, premiata e sopravvalutata degli ultimi anni.

Perche' tanto successo? Credo dipenda dal numero di stagioni che, com'e' noto, avrebbero dovuto essere otto, poi ridimensionate a sei;comunque sufficienti a innescare nel pubblico un crescendo di aspettative, puntualmente deluse.

Lo spunto della prima stagione e' banale, un mix fra Robinson Crusoe e l'Isola dei famosi;anzi, dei non famosi.Poveracci assortiti si ritrovano naufraghi su un'isola;poco dopo iniziano le schermaglie, i "flirt", le tacite alleanze, non senza qualche parentesi buffa, oltretutto legata, in barba all'Obesity Day, allo stereotipo del ciccione famelico. Come pure stereotipi sono il terzetto buono -bella-bastardo, il mentore ispirato,ecc...In complesso pero' ci si appassiona alle vicende dei personaggi, resi piu' familiari grazie ai frequenti flashback, e si attende di seguirne l'evoluzione attraverso le molteplici relazioni che si stabiliscono a poco a poco fra un'escursione e un bivacco sulla spiaggia.Prima aspettativa mancata, per il semplice fatto che, all'improvviso, i naufraghi iniziano a morire.Apre la rassegna delle dipartite il giovane Boone, al termine della prima serie;un lungo e straziante addio giustificato dalla presunzione realistica della trama.Dico presunzione perche' gli eventi sucessivi, sempre piu' efferati e improbabili, distanziano ogni possibile realta', risolvendosi in uno sconclusionato intreccio pseudo-scientifico-esoterico nel quale i protagonisti, perennemente in cerca di una qualche verita', trovano per lo piu' la morte, uno dopo l'altro, con la stessa irritante atarassia degli adepti del Tempio del Popolo nel 78 , o di qualsiasi altra setta suicida. Quindi la serie si trasforma ben presto in una sorta di Dieci piccoli indiani , ma priva del sottile velo dell'arte che preserva, nel giallo come nella tragedia, l'intelligenza della trama da un'eccessiva affettivita' per i personaggi. Cosi', mentre al termine del "Re Lear" viene spontaneo applaudire soddisfatti davanti a un palcoscenico di cadaveri e l'entusiasmo per la sagacia di Miss Marple supera la pieta' per il morto di turno, si soffre davvero per tutti i naufraghi massacrati e malamente sostituiti da altri destinati, per lo piu', a morire a loro volta.L'isola, in apparenza deserta, si rivela infatti un inesauribile vivaio di personaggi:a piu' riprese vi si accalcano i misteriosi "Altri", quelli del progetto "Dharma", gli uomini di Charles Widmore in gruppi assortiti, antichi ergastolani spagnoli, un commando omicida, la setta di un cinese invasato, una vasta gamma di strani tipi vivi o defunti o indecisi fra le due opzioni. Infine lui, il Fumo Nero assassino, forse il piu' succulento fra i misteri di LOST, alcuni dei quali persi per la strada, come i presunti poteri di Walt o il destino del piccolo Aaron. In compenso scopriamo tutto del Fumo, e cinque stagioni di incredibili dissetazioni filosofiche si estinguono in un'esile trametta fantasy di "eletti" e fontane fatate in cui manca solo l'unicorno! Pero' c'e' da dire che, tra una farneticazione e  l'altra sul senso dell'isola, il Fumo, sotto le rassicuranti sembianze di John Locke, si rivela il piu' eloquente affermando senza troppi complimenti che l'Isola non ha senso. Naturalmente si e' tentati di non credergli;e' piuttosto imbarazzante per lo spettatore medio ammettere di essere rimasto incollato per sei stagioni (sei!) davanti a uno schermo sorbendosi immagini insensate, proprio come quelle proiettate nelle orbite sbigottite di povere cavie umane dai terribili occhiali Dharma per il condizionamento mentale. Invece e' proprio cosi'. Dopo esserci illusi che le tribolazioni dei personaggi trovassero un senso (uno qualsiasi!)fra le pieghe dei mille paradossi spazio temporali delle loro misere vite, alla fine scopriamo il messaggio globale:proprio perche' misere(ma quale vita non lo e' almeno un po?) le esistenze dei naufraghi(e le nostre!) non avrebbero senso di per se' stesse in quell'infinita, stupenda girandola di cadute e opportunita' che e' la vita, ma soltanto in funzione di qualche conto in sospeso(un'impresa, un amore, una consapevolezza, ecc...) maturato in un'esistenza alternativa ancora piu' scalognata, rappresentata in questo caso dall'isola. Realizzato tale "destino" non resterebbe che la morte o il nulla. Poco importa se, ad esempio, Jack, il chirurgo ossessionato dal padre, nella vita alternativa all'isola e' padre a sua volta di un ragazzino del quale viene addirittura negata l'esistenza nel momento in cui subentra Kate, il "conto in sospeso" di Jack; i due si riconoscono per contatto(!) in una scena da commediola fantastica. Scena che si ripete fra cumuli di fazzoletti per le altre "coppiette" ritrovate:Hugo-Libby, Sayid-Shannon, Sawyer-Juliet e Charlie-Claire. Questi ultimi , una volta riconosciutisi, paiono indifferenti verso la sorte dell'amato Aaron ancora neonato e si avviano con lui verso il nulla, negandogli seraficamente un futuro. Solo quelli "non ancora pronti", come la rude Ana Lucia, seguitano ad affrontare l'esistenza. Gli altri eccoli li', tutti pronti al volontario congedo dalla vita in un set decisamente improprio:una chiesa. L'atarassico concetto di "destino" si oppone infatti a quello cristiano di Provvidenza, accostandosi invece a religioni di matrice orientale. In effetti non sembra strano che il misterioso progetto condotto sull'isola si chiami proprio Dharma, concetto accostato al Karma nell'Induismo Pare invece stranissimo che al giorno d'oggi, mentre Bollywood contribuisce a emancipare l'India da una visione fatalista della realta' proprio attraverso il cinema, in Occidente venga premiata una serie improntata alla serena accettazione del proprio destino. O forse, come ho accennato sopra, le cavie del progetto Dharma eravamo noi? Se e' cosi', abbiamo fallito. Complimenti.

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