E' di recente passato sul piccolo schermo "Il bambino con il pigiama a righe", adattamento cinematografico del controverso, omonimo romanzo del 2006 dell'irlandese John Boyne. Controversie che riguardarono principalmente tre aspetti; se bambini dell'eta' di Shmuel, il piccolo coprotagonista internato in un campo di sterminio nazista, fossero tenuti in vita per cosi' tanto tempo, abbastanza per stabilire l'amicizia col coetaneo Bruno, figlio di un ufficiale...Se le famiglie degli ufficiali potessero essere all'oscuro del genocidio che avveniva proprio accanto alle loro case, come accade a Bruno, del tutto ignaro della sorte degli ebrei..Se potesse essere cosi' facile attraversare la rete del campo scavando,come fa Bruno, indossando un "pigiama a righe" identico a quello dell'amico, in un ingenuo slancio di solidarieta' che gli costera' la vita.
La versione cinematografica conserva queste controversie, aggiungendone altre.Senza dubbio e' un film diverso da altri sui campi di sterminio, che non si risparmiano scene truci di sevizie ed uccisioni.Qui la violenza, seppur presente(come e' giusto per una ricostruzione storica attendibile), non viene esposta;ad esempio si capisce che non rivedremo piu' il povero Pavel, massacrato da un tenente,ma la scena si svolge in un'anticamera e noi la comprendiamo attraverso gli sguardi atterriti di altri personaggi,senza che ci venga sbattuta in faccia...Come non ci e' sbattuto in faccia il pestaggio subito da Shmuel, che comprendiamo dalle sue cicatrici e dal pianto di Bruno, che se ne sente colpevole.
Tuttavia qualcosa non funziona;l'impianto del film, impostato sulla punizione quasi biblica dell'ufficiale nazista che, dopo aver bruciato i bambini degli altri, alla fine si ritrova a piangere suo figlio, finito, per tragica fatalita', nei forni crematori insieme all'amico ebreo,non regge del tutto, ed affiora un vecchio déja vu:Marcellino pane e vino. Si', proprio lui;ricordate il faccino vivace di Pablito Calvo, orfanello combinaguai adottato da teneri monacelli, che, in assenza di coetanei, diventa amico di un Gesu' crocifisso, gli parla, sgrafigna pane e vino dalla cucina per portarglieli e alla fine esprime l'ingenuo, tenero desiderio che lo fara' morire, lasciandoci con la bocca amara? La vicenda di Bruno e' simile;Gesu' non ci ha forse esortato a riconoscere nella sofferenza di ognuno la Sua croce?E Shmuel e' l'amico "in croce" con cui Bruno conversa e gioca e per cui ruba del cibo in dispensa, fino all'azzardo finale che lo condurra' a morire.
Ed e' sulle mani dei due bambini che si stringono inconsapevoli fra il gas velenoso, e su quella porta di ferro ormai irrimediabilmente chiusa che si fissa lo sguardo, lasciando un amaro in bocca che neppure l'espressione disperata dell'ex aguzzino punito dalla fatalita' riesce a diminuire. Perche' se in "Marcellino pane e vino" si piange anche per i teneri fraticelli, qui sostituiti da un padre insensibile e spietato, i due protagonisti sono troppo simpatici ed innocenti per morire cosi', e si spera fino all'ultimo che, almeno nella finzione cinematografica, qualcuno arrivi ad aprire in tempo quella porta di ferro che tanti ne inghiotti'.
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